Mi manca una critica

Sento la mancanza di una critica, di una critica di valore e di contenuti, sento la mancanza di un contributo forte al ruolo di noi artisti e operatori culturali. Mi manca una critica letteraria, una critica delle arti figurative, una critica musicale e mi manca una critica teatrale. Mi chiedo il perché di questa vacanza all’apertura del terzo millennio e mi chiedo innanzitutto se possa oggi avere un senso la critica intesa come prima dell’era dell’open source che viviamo nel tempo presente.

La risposta che riesco a darmi ha più facce, ha più motivazioni e più identità.

Innanzitutto il problema dei problemi è che noi artisti e operatori della cultura in senso lato abbiamo abdicato al nostro ruolo di lettori della realtà. Nel tempo più recente i critici che alimentavano il dibattito erano sovente anche loro artisti: penso a Calvino e a Pasolini, penso a Moravia, ma penso anche più indietro nel tempo al ruolo dei movimenti artistici come i macchiaioli con le “99 domande sull’arte” di Telemaco Signorini, o ai manifesti dei futuristi. Insomma, credo che la prima responsabilità sia di coloro che l’arte la fanno, la inventano, la interpretano e la vivono tutti i giorni. Siamo noi a doverci mettere per primi in discussione prendendo posizione netta e affermando chiaramente il nostro modo di leggere la realtà, ché è questo il ruolo dell’artista e dell’operatore culturale.

Il secondo problema è che è cambiata la funzione della critica e del critico in generale. Oggi francamente non ne posso più di critici che hanno ansia di apporre giudizi di valore fintamente oggettivi su quello che accade nella realtà artistica del nostro tempo. Non ne possiamo più del critico che dice bene della produzione di quel teatro perché aspira a farne il consulente, o di quello che inacidito stronca l’opera perché l’artista gli ha rifiutato una pizza o un’ospitata in albergo. Non ne possiamo più di quelli che, pur di lanciare una polemica che gli dia una qualche visibilità, danno dell’imbecille allo scrittore odierno perché (sic) “meno intelligente degli scrittori del passato”.

In poche parole sento la mancanza di una crititica perché oggi quasi nessuno è in grado di leggere il presente nell’arte e nella letteratura. Perché quasi tutta la critica si è fermata a “come erano buone le madeleine di un tempo” e si è messa a rifiutare il presente tout court.

Mi manca una critica seria che sappia dare una valenza intellettuale ai fenomeni dell’oggi, ma che sappia leggere il nostro tempo con entusiasmo, con passione.

Oggi è più facile scrivere un libro, pubblicare su un blog un proprio intervento o distribuire la propria voce con un sito internet. Quindi oggi si vive su un pianeta nettamente diverso da quello che eravamo abituati ad abitare fino a pochi decenni fa.

Mi manca qualcuno che prenda atto del presente, del fatto che viviamo nell’era dell’open source e che si sono moltiplicate le occasioni di comunicazione. Mi manca un critico che non abbia orrore dei computer, della televisione e dei telefonini, e che non abbia in odio qualsiasi manifestazione di interesse popolare, ma che mi dia gli strumenti per decodificarla. Mi manca un critico che non abbia l’ansia frustrata di dare pagelle di promozioni e di bocciature ma che si ponesse il problema di che cosa sta succedendo nel tempo odierno.

Nell’attesa di un timido segnale da parte della critica, noi artisti e operatori culturali continuiamo a intervenire nel nostro presente, a metterci in gioco completamente, affermando il nostro modo di esserci e di intervenire nella società, anche se siamo meno intelligenti di Proust e, ci scommetto, delle fornarine delle sue “madeleine”.

 

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