Gli acini dell’odio

“Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Perché noi siamo il popolo, siamo la gente, e la gente va avanti”, diceva la mamma Joad alla fine di “Furore” di John Steinbeck, nella versione cinematografica del romanzo, per la regia di John Ford.

In verità la traduzione italiana è come al solito mistificante. “Because we are the people, and the people goes on” era la frase che diceva l’attrice Jane Darwell e questa frase si sarebbe dovuta tradurre con “Perché noi siamo il popolo”, senza quell’edulcorante termine “gente” e il termine “go on” significa anche “durare, perdurare, continuare”. Quindi una traduzione più giusta sarebbe stata: “Perché noi siamo il popolo, e il popolo ci sarà sempre”.
Parimenti il titolo “Furore” non rende appieno il senso del titolo originale “Grapes of wrath” che letteralmente sarebbe “Acini di rabbia” o “Uva di rabbia”. “Furore” non rende il senso del titolo originale perché il termine “grapes” che indica sia gli acini che l’uva, indica qualcosa che sta per essere spremuto per ottenerne del succo da fermentare. “Grapes of wrath” sta ad indicare che quegli acini di ira sono pronti ad essere spremuti per farli diventare qualcosa di ancora più forte e tremendo.
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Adesso questa crisi che diciamo tremenda, ci mette di fronte al grande dramma di dover perdere tutte le certezze che avevamo accumulato in più di sessanta anni. Come era già successo con la seconda guerra mondiale, come era successo con la Grande Guerra, come era successo dopo le pestilenze, dopo le devastanti invasioni dei popoli barbari, e come è sempre successo da che l’homo sapiens ha sterminato i neanderthal con il primo genocidio che si ricordi. Ad ogni devastazione il mondo e i popoli si sono sempre ripresi e si sono ritrovati poi in condizioni migliori di quelle delle generazioni precedenti, e questo grazie al fatto che il popolo non può essere mai distrutto: “because we are the people, and the people goes on”. E grazie anche al fatto che il popolo ( che lo si voglia ammettere oppure no ) si è ritrovato ad avere nella Storia un ruolo sempre più rilevante, fino a diventare non più trascurabile. Le rivolte del magreb dello scorso anno e la diffusione del movimento Occupy in tutto l’occidente hanno raggiunto dimensioni difficilmente trascurabili, nonostante si cerchi di reprimerli (senza successo, ovviamente).
Un tempo i popoli si ribellavano perché non avevano cibo, oggi si ribellano e protestano perché si stanno mettendo in discussione le conquiste sindacali e sociali, segno che queste sono conquiste diventate indispensabili come il cibo.
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Ma torniamo ai “grappoli d’ira”. C’è da ricostruire sulle macerie della nostra nazione e della nostra Europa. Anni di macerie culturali dove, a partire dagli anni della Thatcher e di Reagan fino ai Berlusconi e ai Sarkozy dei giorni nostri, si è inculcato nella testa del popolo che vota il fatto che il privato fosse meglio dello Stato nella gestione delle banche, della sanità, della scuola, dei trasporti e della previdenza sociale. Ci hanno creduto in molti, quasi tutti. Ora che il re è nudo e che tutti si sono resi conto che non era vero stiamo raccogliendo gli acini di questa rabbia diffusa dovuta alla dura disillusione. L’ira è nel popolo e qualcuno è pronto a utilizzarne il succo per farlo fermentare. L’ira del popolo è scomposta e perlopiù senza proposte di soluzioni. È ira allo stato puro.
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E veniamo al nocciolo del problema. Faccio l’esempio della mia esperienza personale. In questi ultimi tempi sto lavorando a delle progettazioni di produzioni liriche, sto lavorando a delle regie liriche, insegno in una università giapponese e sto lavorando anche come cantante in produzioni liriche internazionali. La mia attività permette e giustifica il lavoro di tantissime persone: senza contare i colleghi artisti, parlo di attrezzisti, scenografi, costumisti, datori luci, parlo di operai elettricisti, di sarti e sarte, di truccatori e truccatrici, parlo di impiegati negli uffici, parlo di “gente comune”, non di privilegiati della casta.
Per poter fare da “moltiplicatore umano” di lavoro, io mi avvalgo di strumenti come i computer, le connessioni web, telefoni cellulari, treni, aerei ed altro ancora.
Ecco: i “Grapes of wrath”, gli acini di rabbia del popolo, stanno prendendo una pericolosa deriva autolesionista: anziché pretendere dei trasporti degni di un paese moderno, gli “irati” si scagliano contro quelli che come me hanno bisogno della linea ferroviaria ad alta velocità e che la usano davvero. Gli “irati”, anziché pretendere che gli eletti lavorino, vogliono vederli con uno stipendio di milleduecento euro al mese.
Gli “irati” pensano che i lavoratori del settore cultura siano dei privilegiati mangiapane a sbafo perché “ci sono cose più urgenti”.
Ecco l’autolesionismo: l’Italia non ha miniere, non ha petrolio, non ha oro e nemmeno uranio. L’Italia non ha più nemmeno grandi industrie. All’Italia rimane solo il suo patrimonio ambientale e quello culturale. Saranno le uniche cose su cui puntare per ricostruire. Le uniche due ricchezze che ci permetteranno di dare lavoro a chi lo sta perdendo oggi. Ambiente e cultura saranno le uniche possibilità per noi e per i nostri figli.
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Ma l’odio e la rabbia montano senza distinzioni. Non si distingue più fra chi è benestante perché ha messo a frutto il suo talento e le sue capacità e chi invece si è arricchito non pagando le tasse. Non si distingue più fra chi ruba i soldi dei risparmiatori speculando nella finanza e chi invece crea opportunità di lavoro e di crescita per tutti con le sue progettazioni e con il suo agire.
Non si distingue più fra chi rappresenta una risorsa per tutti e chi invece un peso parassitario.
Si da voce solo a chi giustamente protesta ma si tace sulle proposte alternative di soluzione ai problemi. Si dice solo “Così no” ma non si dice mai come invece si dovrebbe fare. Sono i “grapes of wrath” che qualcuno sta iniziando a vendemmiare pericolosamente.
Bassa e sterile invidia sociale, al posto di una doverosa e sacrosanta rabbia rivoluzionaria di alternativa di proposta.
Nessuno potrà mai sconfiggere il popolo, perché il popolo rimarrà per sempre, come diceva Ma’Joad nel film di Ford. Non vorrei che, solleticato dagli agitatori senza scrupoli, dai vendemmiatori dell’ira, il popolo si ritrovasse con il solito ombrello che Altan raffigura alloggiato costantemente nel posto che sappiamo.
Perché “the people” finora, ha sempre avuto quell’ombrello infilato lì, “and the people goes on”, purtroppo.

Gianluca Floris.

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