Il mio lavoro è metafora e analogia di un mondo più giusto

Il teatro stesso è una metafora e una analogia continua. Cerco di spiegare quello che intendo dire. Iniziamo.

L’analogia, la metafora, sono figure retoriche sorte nella notte dei tempi assieme al linguaggio dell’uomo. Anche il teatro credo che sia nato assieme al linguaggio. Io mi immagino che la sera, dopo estenuanti battute di caccia, ci si ritrovasse davanti al fuoco a raccontare la giornata spiegando con racconti più o meno teatrali come mai il carniere quella giornata fosse povero o, al contrario per raccontare le gesta eroiche di chi era riuscito a catturare quella preda succulenta che in quel momento arrostiva fra le braci. Credo che veramente il teatro sia nato così per raccontare, spiegare le tragedie e per prendere in giro chi troppo se la tirava. Il teatro è nato assieme al racconto per rappresentare la vita. Rappresentarla, appunto, perché il teatro è quello che fa dalla notte dei tempi: rappresentare la vita vera. E così le storie che il teatro racconta sono più vere della vita perché sono l’osso della realtà, del nostro soffrire e del nostro gioire di tutti i giorni. Il teatro stesso si esprime attraverso le metafore e le analogie: lo sanno bene gli attori e i registi che usano questi segni per mettere in scena la rappresentazione, ma inconsciamente lo sa anche il pubblico che piange per i drammi dei personaggi perché attraverso le loro storie soffre di tutte le sofferenze che ha già patito nella vita vera. Perché ogni morte d’amore sul palcoscenico è la sublimazione dei nostri lutti amorosi, è la rappresentazione delle nostre mille e una sofferenze d’amore vissute. Perché ogni vendetta giusta di Ulisse contro i proci, è la metafora delle reazioni che avremmo voluto aver avuto in mille e uno casi di ingiustizie subite, di ingiurie subite dai nostri amati. Il teatro è sempre una metafora.

Io faccio teatro. Il mio mestiere è quello di fare teatro. Io mi travesto, mi metto nei panni di un personaggio e vado in scena per rappresentare quel determinato dramma musicale. Io vado in scena travestito da un’altra persona e a quella persona, che non esiste, io presto la mia vita, la mia voce, il mio corpo. Io sono una metafora di una vita che non esiste, o meglio, che esiste solamente nello spazio e nel tempo della rappresentazione. Io faccio teatro e non lo faccio da solo: lo faccio con i miei colleghi che salgono sulla scena con me, lo faccio con le orchestre che suonano, con i direttori d’orchestra che concertano e con i registi che mettono in scena. Il mio lavoro è fatto così: io mi preparo musicalmente da solo, come tutti gli altri miei colleghi. Poi ci troviamo per le prove dove il direttore d’orchestra cerca di creare un’amalgama e di comunicare le sue intenzioni musicali. Poi ci incontriamo con il regista per capire quale è la sua idea sulla messa in scena e ci dà le indicazioni di regia, appunto. Nel mentre gli scenografi hanno lavorato sui progetti, i costumisti pure, gli attrezzisti hanno preparato i props e costruito gli oggetti, i datori luci hanno approntato tutto per i desiderata della regia. Poi, nelle ultime prove, come per magia, si mettono insieme i lavori di tutti i reparti. E, come per magia, ecco la nascita di uno spettacolo.

Ecco la prima analogia con un mondo più giusto. Ognuno lavora nel suo reparto per l’obiettivo comune. Questa è la prima analogia del mio mestiere che mi piace considerare come metafora di un mondo giusto. Ognuno lavora in autonomia per l’obiettivo comune. Una società sana dovrebbe funzionare in questa maniera. Ecco la prima metafora di un mondo giusto.

Il lato crudele. Il mio lavoro ha anche un lato crudele, spietato, che è parte assolutamente integrante della professione. Il giorno che non sei più al livello di preparazione richiesta, il giorno che non sei più bravo o che non puoi più lavorare per un qualche accidenti fisico o perchè non ti aggiorni, o perché ti va via la voce, o perché non hai più voglia di dare tutte le tue energie migliori, allora hai finito. Chiuso. Se sbagli per più di un paio di volte si sparge subito la voce che non sei più bravo, che non sei più affidabile e hai finito di lavorare. Difficilmente potrai rientrare nel giro. Certo che, a un artista che è stato bravo per vent’anni, gli si dà qualche chance in più, ma se il risultato è sempre insufficiente, allora è fuori, ha chiuso. È crudele ma è così. E’ così per i cantanti, ma è così anche per i direttori d’orchestra, è così per i registi e così via. Chi sbaglia paga direttamente e lo paga caro.

Ma ecco proprio qui la seconda analogia con un mondo più giusto: se fai male il tuo lavoro hai chiuso. Questa, se ci pensate bene, è la seconda metafora di un mondo migliore che il mio mestiere mi propone. Se in una società tutti pagassero il prezzo della loro inadeguatezza, se il medico, l’ingegnere, il funzionario, l’impiegato o il tecnico che svolgono male il loro compito, per loro deficienza, venissero licenziati dall’oggi al domani, il mondo sarebbe migliore di quello che è. Io sono sicuro che dopo qualche testa tagliata, tutti comincierebbero a considerare diversamente il proprio lavoro, rispettandolo, aggiornandosi, lavorando con più responsabilità.

Quello che volevo dire. Ecco che con questa seconda metafora, o meglio analogia, ho forse spiegato perché considero il mio mestiere metafora di un mondo migliore. Un’utopia certo, perchè il mondo migliore di questo dove viviamo non esiste, ma le utopie servono per indicarci la strada da percorrere, la direzione da prendere. Se tutti lavorassero tenendo presente l’obiettivo comune, se tutti coloro che lavorano male venissero cacciati a calci nel culo, il mondo sarebbe migliore. Sono sicuro di questo. Me lo ha insegnato il mio bellissimo e spietato mestiere.

Gianluca Floris

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