“Cosa vuol dire questo?” Ossessione paranoica del teatrante. Ma non solo.

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È una domanda ossessiva quella che da sempre mi sento porgere e che da sempre io porgo ad altrui ed a me stesso: “cosa vuol dire questo?”

Avete idea di cosa significhi fare un mestiere come il mio, quello di artista lirico? Sia che si interpreti un personaggio, sia che si debba ideare una regia, sia che si stia in scena senza far nulla, possiamo condensare la quotidianità del mio lavoro in un continuo porsi questa domanda: “cosa vuol dire questo?”

Questa deformazione del mio modo di ragionare, come di quello dei miei colleghi teatranti, di tutti coloro che debbono riprodurre il mondo intero fra le tre pareti del palcoscenico, pervade alla fine tutti i campi del nostro ragionamento, tutti i momenti della nostra osservazione del mondo.

E di qualsiasi cosa noi dissertiamo, alla fine, qualsiasi cosa osserviamo e sulla quae ci si chiede di esprimere un giudizio, l’atteggiamento paranoico che sempre abbiamo è quello di “cosa vuol dire questo?”

È un atteggiamento che ci soccorre e ci salva nella quotidianità del nostro specifico lavoro: “Perché il mio personaggio dice questo? Perché si comporta così in questa scena? Perché canta in questa maniera?” la sfida (sempre ardua) è alla fine quella di comprendere da un lato il significato profondo di quello che l’autore intendeva al momento della creazione dell’opera, dall’altro il significato profondo di quello che quell’opera suscita nel nostro profondo.

“Cosa vuol dire questo?” è una domanda alla quale noi siamo chiamati sempre a dare una risposta. Non possiamo sfuggire a questo “es muss sein” che ci ha regalato il nostro essere teatranti.

Ma questa attitudine, che torna utilissima nel caso di testi che sono stati sempre scritti con una motivazione e dove c’è sempre un significato o una ragione, si rivela inadatta quando si analizzano non più i testi teatrali ma i pezzi della nostra realtà.

Spesso le cose che accadono nella realtà sociale e politica non hanno una spiegazione così come un testo teatrale ha sempre. E da qui nasce il rischio.

“Cosa vuol dire questo” non è una domanda che ci possiamo porre per qualsiasi tipo di analisi politica, per qualsiasi tipo di analisi sociale o economica. Semplicemente per il fatto che la realtà complessa non è stata scritta da un autore singolo, ma è il frutto di una complessità che non può essere ridotta a risposte escatologiche.

Ecco che quindi, se un teatrante come noi non è conscio di questa profonda diversità che esiste fra mondo reale e mondo della scena teatrale, incorre in alcuni svarioni passibili di trasformazione in paranoia e delirio.

Mi spiego meglio.

Se la nostra mente cerca di leggere la realtà sociale e politica come se fosse un testo teatrale, o un romanzo, o un libro, si corre il rischio della deriva delirante, di cercare il grande complotto unificatore, di credere nei rettiliani, nei chip sotto pelle, nelle scie chimiche, nel Nuovo Ordine Mondiale e in una serie di altre follie che non hanno legame con la realtà vissuta.

Ma la realtà non è un testo teatrale, non è un’opera lirica, non è un romanzo.

Dobbiamo sempre leggere la realtà consci del fatto che si tratta di una complessità non ordinata in maniera lineare. Dobbiamo leggere le dinamiche sociali per quello che realmente sono, e non pensare che ci sia nascosto necessariamente un Hari Seldon che, tramite la psicostoria, condizioni i destini dell’universo, con la complicità del Mulo.

No. Quando veniamo governati da persone inadatte, quando vediamo che siamo governati in maniere palesemente contrarie al bene comune, non dobbiamo sempre cercare il motivo dei loro comportamenti in piani astrusi di malvagità mondiale.

I nazisti, non a caso, parlavano dell’immane “complotto pluto-giudaico-massonico” e con questa paranoide convinzione, sono riusciti ad affascinare le folle di mezza Europa di allora.

Questo tipo di concezione paranoica della analisi socio politica si riaffaccia con tutto il suo pernicioso fascino soprattutto nei momenti di grande cambiamento storico come quello che stiamo vivendo, nel quale l’avvento di internet e della comunicazione planetaria in tempo reale ha mandato a gambe all’aria tutte le nostre conoscenze e tutte le stabilità finora conquistate. L’unica certezza è che stiamo male per colpa dei “cattivi” che complottano alle nostre spalle e sulle nostre spalle. Perché sono malvagi e vogliono la nostra rovina.

Non funziona così la realtà. Nella realtà accade che spesso siamo governati da persone non adatte semplicemente perché le abbiamo votate mentre eravamo distratti, o perché eravamo pieni di speranza, o perché ci conveniva sperare che non ci avrebbero fatto pagare le tasse, i debiti, le multe.

Non c’è stato nessun piano dei cattivi che ci ha portato questi governanti che abbiamo avuto. Li abbiamo votati noi, invece. È questa la verità.

E per uscire dall’impasse nel quale siamo caduti non servirà a nulla votare persone “come noi”, con le nostre fragilità e con le nostre meschinerie e debolezze. No. Per guidare il nostro futuro occorreranno persone MIGLIORI di noi. Persone delle quali noi possiamo dire “quello è migliore di me”.

Per governare il nostro futuro occorreranno persone capaci di leggere correttamente la nostra complessità. La lettura paranoica ed ossessiva che risponde solo alla domanda del teatrante “cosa significa questo?” non ci aiuterà a uscire dalle difficoltà e a governare il cambiamento del mondo.

Non c’è nessun piano contro di noi. Siamo noi che non vogliamo adattarci al cambiare del mondo. Tutto qui.

E se c’è un idiota che ci governa, è perché lo abbiamo eletto noi. Non perché ce lo hanno messo i cattivi.

Detto questo, torno alle prove di questa Norma che stiamo mettendo in scena al Teatro Comunale di Bologna. Qui sì che c’è sempre un perché. In ogni scena, in ogni atto. In tutta l’opera.

Rassicurante, dopotutto.

Gianluca Floris

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