Io e Sant’Efisio. Perché? – Appunti di cagliaritanità

APPUNTI DI CAGLIARITANITA’
Sant’Efisio

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Non vedo la Sagra di Sant’Efisio da quando ero piccolo. Ma sono anni che invece mi ritrovo a seguire il cocchio del santo assieme a centinaia di persone che lo accompagnano a piedi fino a Nora e ritorno. Io lo aspetto all’uscita della chiesetta di Stampace e lo accompagno fino a casa Ballero a Giorgino. Della sagra con le sfilate di costumi e di traccas non vedo mai nulla.
Cosa spinge me – formato dal materialismo storico, convintamente fautore del laicismo indispensabile della società, eternamente dubbioso verso qualsiasi fede dogmatica, alla costante ricerca del coraggio di scegliere la prossimità con chi mi circonda – a ritrovarmi assieme a tanti altri dietro il cocchio del simulacro di un santo?
La venerazione dei santi mi appartiene poco, nella ricerca di fede della mia vita. Io sono sempre stato attratto dal Figlio dell’Uomo e dalla sua testimonianza di amore per gli altri uomini, molto di più che dai segni di trascendenza. Per me, se non si fosse fatto Uomo, la sola fede nel Padre non sarebbe possibile. È l’uomo che mi interessa.
E allora, ripeto, come mai ogni anno (quando sono a Cagliari) mi ritrovo a seguire il simulacro di Efisio fino al suo trasferimento nel cocchio da campagna a Giorgino?
Questa non sarebbe una religiosità che mi appartiene. Non sono certo il tipo che va davanti alla statua di un santo (o dietro) per adorarlo. E come me tanti – decine – di critici e laicissimi compagni di viaggio, amici nuovi e pluriennali, accompagnano assieme a me Efisio nella lunga camminata in occasione della sua festa.
Perché?
Le motivazioni di chi segue il cocchio di Sant’Efisio sono le più disparate e tutte inferiscono la sfera più personale. C’è chi si era votato a lui per una difficoltà poi superata e così lo ringrazia, c’è chi sta facendo un voto al martire guerriero. C’è chi, come me, non ha niente da chiedergli perché vive una vita davvero felice e piena di affetti e di felicità. Chi cammina scalzo, chi spinge dolorosamente una carrozzina o chi un festoso passeggino.
Perché?
Mentre accompagnavamo Efisio verso Casa Ballero, sin dalla sua sosta nella piazzetta interna del villaggio pescatori, mentre osservavo le facce degli abitanti del borgo e le richieste di quelli che chiedevano di aprire il cocchio per poterlo carezzare o per lasciare un ex voto, ho capito una cosa.
Ho capito che quella che si manifesta a Cagliari per Sant’Efisio non è una religiosità vera e propria, una trascendenza sacrale. Si tratta invece di una manifestazione autentica della spiritualità della comunità.
È come se la spiritualità della comunità cagliaritana avesse trovato in Efisio il concreto palesamento, come se fosse Efisio ad essere stato creato dalla grande forza della spiritualità della comunità.
La fede in Efisio, per i cagliaritani, ha pochissimo di autenticamente cristiano in senso stretto e ha invece molto a che fare con la potenza di una comunità capace di tenersi stretta e abbracciata in maniera così forte da riuscire a superare – catarticamente ma anche materialmente – tutte le difficoltà mortali che la vita ci mette davanti ad ogni passo.
È la comunità intera che – con Efisio – si rende capace di autentici miracoli; prima di tutto quello della capacità di sopportazione del dolore dei singoli, di intere famiglie o addirittura di tutta la città, come nei bombardamenti del ’43.
La comunità cagliaritana, per sua stessa nascita, è una comunità inclusiva e non esclusiva. La comunità cagliaritana è fatta da sempre da nomi, cognomi e lingue appartenenti a tutto il mediterraneo. I cognomi popolari delle tradizionali famiglie di pescatori, commercianti e governanti sono cognomi liguri, siciliani, napoletani, spagnoli, piemontesi.
Non serve essere nati a Cagliari per essere parte della sua spiritualità. Seguono il cocchio di Efisio anche persone nate e cresciute lontano da qui, ma che hanno deciso di condividere con gli altri cagliaritani il loro percorso di vita. Ché quello che ti fa appartenere ad un popolo non è la nascita, ma il condividere sorti comuni.
Ecco che la spiritualità di Efisio è potentemente inclusiva. L’unica appartenenza che si chiede è quella alla comunità cittadina, cagliaritana, dei suoi quartieri.
Della festa per Efisio si è fatto negli anni un evento chiassoso e pubblico, laddove invece la sua autentica natura è sempre stata altra, profondamente intima e calata nelle piccole strade della comunità cittadina.
La grande festa che ora è diventata la sagra di Sant’Efisio, è importante per l’indotto economico che genera e per la pubblicità del nostro territorio che ne deriva in tutto il mondo.
Ma occorre sempre ricordare che non è quella la vera motivazione della festa.
Non è quello che si svolge davanti al cocchio che giustifica l’accadimento, ma quello che lo segue.
La spiritualità della comunità è realtà tanto potente quanto più stretto è il cerchio del suo abbraccio, quanto più forte è l’elemento unificatore della comunità stessa. Anzi, il potere stesso del santo Efisio nasce proprio dalla sua comunità, dal suo popolo, che gliela trasferisce direttamente con gli atti di fede e di devozione.
Ecco dove sta la manifestazione palese della spiritualità di comunità: nel fatto che Efisio è potente e glorioso in quanto accogliente l’abbraccio della comunità.
Nella comunità cagliaritana sta il segreto della forza di Efisio. È la comunità stessa che compie il miracolo, che scioglie il voto. È la comunità che lo fa eroe.

Succede ogni anno, da molto tempo. Succede a Cagliari.

Gianluca Floris

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