Modesto racconto per voi a Ferragosto

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Amici di una vita e occasionali lettori,

eccovi qui il mio racconto per ferragosto, pubblicato poche settimane fa in tre puntate da “L’Unione Sarda” nelle pagine dell’inserto Estate. 
Da mettere nel cestino da PicNic, se volete, anche in formato cartaceo stampando il pdf che trovate cliccando qui  ModestoRaccontoFloris2013

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Semplicemente il signor Modesto un giorno ha iniziato a frequentare il quartiere. Semplicemente, da un certo giorno in poi, è diventato parte della vita quotidiana dei suoi abitanti. C’è chi dice che fosse stato anni a lavorare nelle piattaforme petrolifere in giro per il mondo, chi dice che fosse un imbarcato. Nemmeno Tore il lavagista con la potente voce da tenore, che pure sembrava suo amico da tempo, sapeva di preciso da dove fosse saltato fuori.
Modesto aveva un’età apparente di settant’anni, ma con un fisico ancora giovanile. Il passo fermo e veloce e la schiena ancora dritta, raccontavano di una buona salute.
– Deu mancu da toccu sa penzioni – diceva ogni tanto durante le solite lamentele del vicinato quando si parlava della crisi. Viveva da qualche parte in quartiere ma nessuno sapeva dire esattamente dove. In effetti sin dal suo apparire, Modesto si dava da fare facendo commissioni per le persone anziane del quartiere. C’era da ritirare una spesa in bottega, acquistare qualcosa al mercato o in drogheria, dal macellaio… a volte una fila alla posta o alla cittadella sanitaria di via Romagna. Per ogni commissione riceveva una mancia che era sempre il giusto compenso per essere sempre gentile e servizievole. Dotato di un senso pratico da risolutore di problemi, spesso riusciva a trovare rimedi quasi geniali alle situazioni più difficili. Come quella volta che il signor Melis gli aveva chiesto una salsiccia di Irgoli e che tutte le botteghe del quartiere le avevano finite. Prese un ottimo salame emiliano (a Cagliari noi chiamiamo salsiccia quello che altrove si chiama salame), gli tolse l’etichetta, lo lasciò tutta la mattina al sole a “sudare”, gli tolse il bianco della pelle strofinandolo con un panno e infine lo portò al signor Melis che ancora oggi lo ringrazia “per quanto era buona quella salsiccia di Irgoli”. Era praticamente un “concierge” del quartiere popolare, offriva un servizio che nulla aveva da invidiare a quello dei grandi alberghi con i loro “chiavi d’oro” blasonati. Dalla “Signora Iole”, però, non ci passava volentieri. Era una rompiscatole indisponente. Non le andava bene mai nulla e, oltre alla mancia che non mancava mai di dare ad ogni commissione che Modesto svolgeva per lei, protestava sempre “murrungiando” il suo operato. E una volta la mozzarella non era quella che gli aveva chiesto “Ma se era Potentina come mi aveva chiesto”, e un’altra volta la fettina era dura “E ita c’intru deu?” e così via. Ma ogni tanto ci si doveva andare, specie da quando lei non riusciva a fare le scale e non usciva più di casa. “Mischina la Signora Iole…” era l’unico commento su di lei che si poteva udire dalla bocca di Modesto. Ad essere sinceri alle volte il tono della frase assomigliava più ad un “‘ta segament’e conca” che ad un vero motto di compassione, ma nulla più. Quella mattina fu il macellaio Signor Mascagna ad avvertirlo che la Signora Iole aveva bisogno di lui. Modesto ci passò non appena terminò di consegnare la spesa ai signori Melis. La casa aveva il solito odore: un misto di pulito e di chiesa vecchia che non cambiava mai visto che la Signora Iole non apriva mai le finestre. “La corrente mi fa male” era il suo invariabile mantra.
– O signor Modesto! – la Signora Iole iniziava sempre così i discorsi con lui – Deve andare subito a incontrare mia nipote Carolina che le deve dare una cosa. Poi me la deve portare subito qui. Mi raccomando che si rompe.
– Va bene. Mi dica dove.
– Ma mi raccomando che si rompe
– Eh già ho capito!!
Un appuntamento che era scomodo per i giri usuali di commissioni di signor Modesto. Arrivare fino a via Roma non era una passeggiata da fare a piedi, con quel caldo di giugno. Per non parlare poi del fatto che sarebbe dovuto uscire dal quartiere per qualche tempo, magari perdendo qualcuna delle altre commissioni che gli capitavano. Decise di prendere il pullmann (in cagliaritano gli autobus si chiamano così) e di scendere a pochi metri dal luogo dove avrebbe trovato la nipote della Signora Iole: alla fermata di via Roma davanti alla Rinascente e proprio in concomitanza delle strisce pedonali che portavano dentro il porto. Poca gente davanti ai pochi pescherecci rimasti ormeggiati nell’unico angolo ancora disponibile. La vecchia stazione marittima separava quello scampolo di mondo povero resistente dalla zona dei grandi yacht che sostavano in città e lo nascondeva agli occhi dei ricconi ormeggiati.
Modesto non vedeva nessuno, si aspettava una signorina, come gli aveva detto la Signora Iole, per bene ed elegante. Non si sa perché se l’era immaginata vestita come si usava quarant’anni fa, o meglio. O meglio, sicuramente se l’immaginava così perché anche l’appartamento della Signora Iole era rimasto fermo a quaranta anni fa, quando il quartiere era considerato periferico. Non si vedeva nessuno, a meno che quella ragazzina che rimaneva seduta per terra in un angolo smanettando con il suo smartphone e con le cuffiette nelle orecchie non fosse lei.
– Il signor Modesto? – chiese lei senza nemmeno sollevare lo sguardo dallo smartphone.
– Sono io – Rispose lui che invece continuava a fissarla incredulo.
La nipote della Signora Iole era una ragazzina che dimostrava quattordici anni più o meno. Aveva dei jeans stracciati sulle ginocchia e una maglietta smanicata con delle scritte in una lingua che Modesto non decifrava. Si mise in piedi e per la prima volta guardò negli occhi Modesto con uno sguardo che era pieno di rimprovero esattamente come quello della Signora Iole. “Era davvero sua nipote: azzura uguale” Pensò Modesto.
– Ecco, questo lo deve portare a Nonna Iole. Ma mi raccomando che è molto fragile. Non gli tolga l’involucro perché poi non posso farne un’altra. –
Gli consegnò un sacchetto di plastica che dentro aveva una specie di pallina ricoperta di stracci. Giusto il tempo di osservarne l’imballaggio e di soppesarla fra le mani, e la ragazza era già lontana.
Il viaggio di ritorno in pullmann fu un vero incubo. Passò tutto il viaggio osservando ansioso il pacco che teneva fra le mani, come se si fosse trattato di una bomba. Quando scese e si avviò verso la casa della Signora Iole, si sentiva molto soddisfatto.
– Nooooo!!! – Urlò la Signora Iole appena lo vide varcare la soglia del suo appartamento.

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– Noooo! Ma cosa ha fatto! – Urlò Signora Iole indicando il sacchetto che Modesto teneva in mano.
– E ita appu fattu? Niente. Sua nipote me l’ha dato così come lo vede e io gliel’ho portato.
– Mph! – Fu il motto della Signora Iole.
Con una alzata di spalle prese la busta e si mise a osservarne con ansia il contenuto mentre si dirigeva verso la cucina. Modesto rimase nel soggiorno, incerto se rimanere ancora un po’ in attesa della mancia che gli sarebbe dovuta spettare, o se andarsene a festeggiare la fine della tensione di quella consegna. Dopo pochi attimi la Signora Iole ricomparve con in mano un borsellino nel quale aveva infilato due dita per frugare e contare denari. Poi il solito gesto: i soldi che passavano dalla mano serrata della Signora Iole in quella di Modesto che serrava a sua volta. Era come quando i nonni ci davano i soldini come regalo e ci dicevano “Comprati quello che vuoi” e noi tenevamo il pugno chiuso senza conoscere l’ammontare il valore esatto del regalo fino a che non potevamo stare da soli a controllare e contare. Modesto fece lo stesso. Solo sull’androne di ingresso ebbe il coraggio di guardare di quanto si trattasse e constatò che era più di quanto avesse immaginato. Appena mise il piede fuori dal portone sentì il poderoso urlo di Tore il lavagista che lo chiamava.
– C’è la signora Medda che ha detto di portarle quelle mozzarelle artigianali che conosci tu!
– Ma se lo sa benissimo che quelle le vendono solo al mercato e adesso è già chiuso!
– E ita n’di scìu deu. Mi ha solo raccomandato di dirtelo e che le aspetta a casa.
Risolvere il problema senza mai perdersi d’animo. Due passi per assicurarsi che il supermercato della parte alta del quartiere fosse ancora aperto. Alla signora Medda non piacevano le mozzarelle di bufala, voleva quelle vaccine normali. Quindi si avvicinò al banco dei latticini e comprò due mozzarelle confezionate. Poi si fece dare una busta di plastica trasparente di quelle per alimenti. Tornò nella rimessa di Tore dove, lontano da occhi indiscreti, effettuò il trasbordo delle mozzarelle e della loro acqua dentro la busta di plastica. Chiuse con un nodo come faceva la signora del mercato che vendeva quelle artigianali.
– Perfetto!! Grazie signor Modesto!! Non avrei mai sopportato di dare al mio bambino una mozzarella industriale!!! Questi sono i soldi. C’è anche una piccola mancia…
Le giornate passavano così, con Modesto che trottava per il suo lavoro di concierge di quartiere e con le famiglie che aspettavano le sue consegne. Poteva andare peggio la vita a Signor Modesto. Poteva essere peggiore la vita di tutto il quartiere e dei suoi abitanti.
Quel pomeriggio inoltrato (a Cagliari si chiama “sera”) Modesto era sull’uscio dell’appartamento dei signori Cambule mentre gli consegnavano i fogli che l’indomani avrebbe duvuto portare a via Romagna, dove c’erano gli uffici della Asl. La signora Cambule rispose al telefono e dopo poco tornò sulla porta parlando da dietro la spalla sinistra di suo marito.
– Modesto, quando ha finito qui bisogna che si avvicini dalla Signora Iole.
– A cust’ora? – fu la domanda retorica che gli venne spontanea, alla quale la signora Cambule non potè far altro che allargare le braccia. Dopo poco era di nuovo dalla Signora Iole che lo aspettava sul pianerottolo. Le gambe ormai gonfissime le procuravano dolori e la quasi impossiblità di camminare, se non utilizzando quel treppiede. Aveva sicuramente faticato per arrivare fino a lì ma evidentemente aveva premura di incontrarlo.
– O Signor Modesto! Mia nipote la aspetta stasera in terrapieno, in alto, davanti ai giardini pubblici. Le darà altre due cose, sempre fragili come le altre, ma forse di più. Quindi mi raccomando. Niente pullmann ché può essere pericoloso. Deve andare a piedi.
– Va bene – mentì Modesto che aveva precisa intenzione di non obbedirle – Vado subito.
Per fortuna il “cinque” lo avrebbe portato fino a Buoncammino e da lì sarebbe stato tutto in discesa fino ai giardini pubblici. Mentre si sedeva su uno dei sedili ribaltabili centrali pensava che in effetti anche il ritorno sarebbe stato praticamente tutto in discesa. Forse avrebbe anche potuto obbedire a quella rompiscatole della Signora Iole. Nel posto convenuto, in viale Regina Elena, sul terrapieno di fronte ai Giardini Pubblici non vedeva la nipote. C’era solo una turista con un grazioso vestito a fiori e un grande cappello di paglia blu che guardava il panorama. “Non è certo il posto giusto per aspettare il tramonto. Il terrapieno guarda verso est.”
– Ecco, signor Modesto. – Fece la turista rivolta a lui appena fu giunto “a tiro” – dentro questa borsa ci sono le due consegne per Nonna Iole.
Dicendo questo gli allungò la ampia borsa di paglia da spiaggia con i grandi manici. Era proprio lei. Una trasformazione sorprendente. Gli occhi però erano proprio quelli severi della Signora Iole.
Modesto aprì la borsa e ci guardò dentro.
– Ci vediamo domani per l’ultima consegna – disse lei avviandosi.
– Domani? Quando? Devo andare in via Romagna per i signori Cambule…
– Glielo dirà Nonna Iole – rispose lei dandogli già le spalle e avviandosi verso piazza Costituzione.
Modesto iniziava ad essere roso dalla curiosità. Di che cosa si trattava? Che cosa erano quelle “consegne”? E perché diamine doveva essere lui a fare la spola? E se avesse guardato di che cosa si trattava? Erano altre due cose sferiche il cui imballo non sembrava particolarmente difficile da svolgere. Ma era un pensiero da scacciare. Una volta tradita la fiducia della Signora Iole, altri nel quartiere avrebbero potuto smettere di affidargli compiti delicati. Scacciando quel pensiero, Modesto si avviò a piedi, come gli era stato raccomandato.
– Ah, e questa borsa? – Disse la Signora Iole con la solita aria seccata.
– Mah, me l’ha data sua nipote e io gliel’ho portata.
Ma la Signora Iole si era già ritirata verso la cucina senza aspettare le giustificazioni di Modesto (“pinnìcche” si chiamano a Cagliari) e di lì a poco sarebbe tornata con il suo borsellino. E fu un attimo. L’idea gli apparve chiara e improvvisa nella mente. Urlò per farsi sentire bene dalla Signora Iole:
– Lasci stare o Signora Iole! Ho fretta e devo andare! Ci sentiamo domani!
Se ne andò di fretta senza attendere la mancia. Non sapeva nemmeno lui perché l’avesse fatto.

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Dopo aver sconfitto un pensionato che cercava di saltare la fila con l’inganno, dopo aver vinto la sfida con l’addetta all’ufficio della Asl che considerava incompleta la documentazione dei Cambule, si recò all’appuntamento in via Manzoni. Davanti alla tipografia. Erano passati parecchi minuti dall’orario previsto e quella donna in costume sardo marròn (a Cagliari si chiama così il colore “marrone”), che portava un grande cesto di vimini con due mani, come nell’offertorio, si diresse proprio verso di lui.
– Questa è l’ultima consegna – gli disse mettendogli il grande cesto fra le mani – e mi raccomando: lo tenga bene con due mani sotto. Ci vediamo più tardi da mia nonna. Venga alle nove – Detto questo girò l’angolo e scomparve.
La Signora Iole aprì la porta con un volto terreo, quasi verde. Sembrava che il suo viso si fosse scavato nell’arco di poche ore. Modesto le consegnò il cesto, e quando lei gli ebbe consegnata la mancia, lei gli chiese:
– Glielo ha detto mia nipote? Di stasera…
– Mi ha detto alle nove…
– Bene. Però ascolti, mi faccia un favore. Queste sono le chiavi di casa. Lei entri con queste. Non mi sento bene e non sono sicura di riuscire ad aprire…
– Signora, – disse Modesto premuroso – vuole che le chiami il medico? Chiamo “a” dottor Caredda? (a Cagliari il verbo “chiamare” regge il dativo)
– No, non c’è bisogno. Grazie. Tanto poi si avvicina mia nipote…
Modesto scese le scale contando la mancia che era più cospicua del solito. E si fermò da Tore il lavagista a fare una considerazione
– La signora Iole stàiri spaccèndi.
– Ih mischina!! E ita tèniri? – chiese Tore continuando ad asciugare una macchina.
– Boh, non lo so. So solo che oggi mi ha detto “Grazie”.
– “Grazie”? – ripetè Tore il lavagista fermando lo strofinaccio sul parabrezza della Golf – E inza’ c’hai ragione. Stàiri pròppriu spaccèndi – e riprese a passare il panno.
Più tardi quella sera, quando entrò usando le chiavi come la Signora Iole gli aveva detto, non sentiva più quell’odore di chiuso perché, si accorse, c’era la nipote che riordinava e le finestre erano state aperte per “fare corrente” (a Cagliari “cambiare l’aria” si dice così).
– Venga, si accomodi. Il caffé è appena uscito – gli disse lei indicandogli una sedia in cucina. Adesso sembrava normale. Non più travestita da ragazzina con le cuffiette, non più da turista inglese, non più da donna dei paesi con il costume marròn. Sembrava quello che era: una giovane (forse un po’ strana) che spicciava le faccende in casa della nonna. Che però continuava a non vedersi.
– Iole se n’è andata – disse la nipote mentre disponeva in bell’ordine tazzine, caffettiera e un cesto di dolcetti sardi che dovevano risalire al cambriano. Ogni anziana del quartiere aveva un cesto con dei dolcetti più duri del basalto e Signora Iole non faceva eccezione.
– Dove è andata? – Rispose Modesto fingendo di non aver compreso.
– Ha chiuso gli occhi questo pomeriggio, adesso è in camera mortuaria all’ospedale qui giù – lo disse mentre continuava a sorseggiare il caffé, senza dolore.
Modesto rimase senza parole. Non poteva dire che non se lo aspettasse, ma così in fretta…
– Non ha nemmeno fatto in tempo a usare le mie consegne.
– A proposito – chiese Modesto con un misto di timidezza e di curiosità ormai incontenibile – Ma cosa erano queste cose che mi mandavate a prendere?
– Vede Modesto, io sono capace di fare una cosa speciale, davvero speciale. Sono in grado di raccogliere i profumi dell’aria e di conservarli.
Modesto assunse l’espressione che qualsiasi cagliaritano avrebbe montato in quel caso e che significava: “… Sa cazzàra…”. Ma la nipote continuò come se nulla fosse.
– Nonna Iole lo sapeva bene e, prima di andarsene, mi ha chiesto di prepararle dei profumi che non sentiva da quando non riusciva più a camminare. Voleva ricordare le sue passeggiate.
Prese un vassoio dove erano adagiate una decina di biglie che si sarebbero dette essere di cristallo, o di ghiaccio.
– Sono questi? – Chiese timidamente.
– Adesso le faccio vedere come si usano. Questo, ad esempio, è l’odore del porto: alghe fresche, cassette di pesce vuote, gomene fradice, benzina, grasso e mare fermo.
Mentre lo diceva prese una delle biglie di ghiaccio e la sfregò fra le mani. L’odore del porto invase la cucina.
– Questo invece è l’odore della Manifattura Tabacchi quando era in funzione. Io non l’ho mai conosciuto, ma credo di essere riuscita a riprodurlo.
Le foglie di tabacco ancora da trinciare inondavano il quartiere con il loro odore inconfondibile. Adesso la cucina era piena di quel profumo. “Me lo ricordo” pensò Modesto. Ogni volta che arrivava con la nave a Cagliari al mattino era questo l’odore che lo accoglieva in via Roma. Un odore che per lui sapeva di mattini laboriosi e di città al lavoro.
– E questo è l’odore di terrapieno quando c’era la stamperìa dell’Unione Sarda.
Un profumo di pini e di altre piante si mischiò con quello del piombo e dell’olio delle Linotype.
– Mi scusi – chiese Modesto con un’aria adesso piena di deferenza – ma lei sarebbe in grado di fermare qualsiasi odore in queste palline? Potrebbe farlo anche per me?
– Non so… posso provare. Se me lo descrive…
– Eh… – fece un lungo sospiro –
Non ebbe il coraggio di parlare. Rimase a guardare la tazzina con il caffé fino a che il liquido non fu della giusta temperatura per essere bevuto. Non è facile ricordare o fissare un profumo, perché dopo un po’ che stai in un posto gli odori ti sembra di non sentirli più. Vediamo: materassi e lenzuola umide… di piedi, di sciampo del venerdi… odore di strexio di pavimenti e di serrature sempre oliate… E ogni tanto… L’odore delle donne che vengono per le visite al giovedì e che lasciano il loro profumo sugli abiti dei loro uomini… E l’odore dei secondini all’inizio del loro turno.
Al funerale di Signora Iole c’era tutto il quartiere. Persino Tore il lavagista non prese appuntamenti per quel pomeriggio e non indossò i suoi stivali di gomma da lavoro.
Quando incontrò lo sguardo di Modesto, gli uscì una smorfia di pena mentre pronunciava sottovoce la parola che in quartiere la gente educata diceva in queste situazioni:
– Mischina!
Modesto rispose automaticamente con l’espressione richiesta dall’etichetta del quartiere:
– Mischina!

Gianluca Floris 2013

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