Ma non veniteci al Poetto, se non capite.

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È un post cagliaritano. Solo per gli occhi di chi sa cosa è il Poetto.

Io al Poetto ci sono nato. Nel senso che non c’era inizio o fine vacanze scolastiche che non fosse battezzato dal Poetto. Nemmeno camminavo che già giocavo in riva con le onde e con la “sabbia bagnata”.

Al Poetto ho imparato soprattutto a guardare il cielo ed a leggere il tempo meteorologico. Mi ha allenato a vedere lo scorrere del tempo negli anni e lo scorrere delle stagioni.

Conosco il mare gelido di giugno e quello caldo di ottobre, conosco le onde di settembre, la brezza di terra al mattino e quella di mare al pomeriggio.

Dall’intensità del verde della Sella del Diavolo capisco il grado di umidità dell’aria, so dove andare a cercare acqua pulita in qualsiasi condizione meteo.

Riconosco i cagliaritani veraci dal loro aprire l’Unione appena seduti sulla sdraio e dal rito di pulirsi i piedi per quaranta minuti prima di rientrare nella macchina rovente.

Ho sofferto molto quando il Poetto è stato violentato da un (pur necessario) ripascimento affidato a imbecilli incapaci nei modi e nei risultati. Soffro ogni weekend estivo nel vedere come lo riducono i cittadini che hanno “diritto alla spiaggia libera” ma che non hanno il “dovere di tenerla pulita”.

Ho sofferto molto ma ho sempre continuato ad andarci. Ho continuato ad andarci perché l’ho sempre fatto. Continuo a farlo perché il luogo mi appartiene più di qualsiasi altro sin dalla mia infanzia.

Ieri era Ferragosto e  ci ho trascorso undici ore. Con i bagni in un’acqua verde, con il solito alternarsi delle due brezze (ying e yang della baia).

C’è sempre meno gente ogni anno, al Poetto. Ma non posso dire mi dispiaccia. Siamo rimasti noi che non ci abbiamo pensato un attimo ad abbandonarlo, che continueremo sempre ad andarci. Noi che ogni anno ci contiamo per capire se ci siamo tutti e che, ad ogni partenza, atteggiamo la faccia in una smorfia di circostanza prima di andare in acqua. Comunque.

Ne resterà solo uno. Al Poetto.

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