Sono un ignorante, e vi spiego perché l’ho capito durante questa Pasqua.

YingYang

Me l’ha fatto venire in mente l’intervista a Mons. Ravasi che ho letto sulla Repubblica di oggi, domenica di Pasqua del 2014. La frase era:

“La condizione del non sapere è indispensabile alla conoscenza”.

Una affermazione non banale, anzi, densa. Ci ho pensato: si può imparare solo qualcosa che prima non si sapeva. Sembra un moto di Monsieur de Lapalisse, ma è una affermazione molto più profonda di quanto non sembri. Si può conoscere solo una cosa che prima non si conosceva. Un concetto difficile da tenere a mente nel mondo di oggi, tutto fatto di “pieni”, di accumulazione, di chiasso. Oggi ognuno pensa di sapere qualsiasi cosa, e chiunque pensa di poter esprimere la sua opinione su qualsiasi argomento.

“La condizione del non sapere è indispensabile alla conoscenza”

Più ci penso e più mi rendo conto che è vero che qualsiasi approssimazione alla conoscenza non può essere data se prima non ci si pone nella condizione di rendersi conto di non conoscere l’oggetto della investigazione. Per qualsiasi tipo di conoscenza è indispensabile “la condizione del non sapere”, così come per riempire una ciotola è prima importante che essa sia vuota.

“La condizione del non sapere è indispensabile alla conoscenza”

E ho pensato a quante volte io, proprio io, sono stato lontano da questa condizione di “colui che sa di non sapere”, per dirla con un motto socratico. Quante volte sono stato stupido, superficiale e saccente. Dacché mi ricordo di esistere, mi ricordo sempre dei miei comportamenti da “sapientino” che la vita mi ha sempre costretto con il tempo a rivedere e sui quali mi sono dovuto ricredere, accorgendomi che non avevo capito nulla perché pensavo di sapere.

“La condizione del non sapere è indispensabile alla conoscenza”

Se prima non sei bambino, non puoi diventare grande; se prima non fai silenzio, non puoi ascoltare; se prima non c’è buio, non puoi far luce; se prima non vedi il male, non riconosci il bene; se prima non riconosci in te l’egoismo, non potrai operare la solidarietà verso il tuo prossimo. E così via.

Il vuoto è necessario per riempire, perché il vuoto per natura viene comunque inevitabilmente riempito. Questo ci ha insegnato da piccoli l’osservazione di una bottiglia immersa nell’acqua che inevitabilmente si riempie, o l’osservare un recipiente sottovuoto che, una volta aperto, si lascia rumorosamente riempire di aria.

Questa alternanza fra vuoti e pieni, questo rincorrersi degli opposti in cui un principio giustifica l’esistenza del suo opposto, è forse uno dei veri segreti della nostra esistenza, valido anche quindi per quel che riguarda la conoscenza: se prima non ignori, non puoi conoscere. O, come ha ben detto Mons. Ravasi.

“La condizione del non sapere è indispensabile alla conoscenza”

Inutile che io mi riproponga di non cascare più nell’errore di ritenermi depositario di certezze e di conoscenza: sono abbastanza vecchio da sapere che la battaglia contro i miei difetti la devo combattere ogni giorno, e ogni giorno rischio di perdere.

Ma di sicuro questa frase me la segno e cerco di ricordarmela. Se il termine “Pasqua” indica passaggio e rinnovamento, allora direi che mi andrà bene ricominciare da qui.

Buona Pasqua 2014.

Gianluca Floris

 

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