Tutta la musica è leggera – Di Alfonso Antoniozzi

images (5)

Questo scritto è di Alfonso Antoniozzi, bass-bariton dalla prestigiosa carriera internazionale, regista lirico, attore e intellettuale italiano. È una riflessione sul rapporto fra musica e fruitore. Troppo spesso – infatti – si dimentica che tutti noi facciamo musica e teatro musicale per il pubblico, ma per un pubblico che trovi la gioia di assistere a una performance, non per il pubblico di “esperti” o per coloro che hanno ansie di apporre giudizi di valore. Noi artisti – spesso – pecchiamo di mancanza di “verginità” di ascolto e di visione degli spettacoli. Qui Alfonso urla l’urgenza di avere un pubblico pulito e scevro da sovrastrutture di giudizio. 

Mi sovviene una bella frase che lessi sul Domenicale del Sole 24Ore qualche mese fa: “La condizione necessaria alla conoscenza è la non-conoscenza”. Ebbene: così come una persona che già sia convinta di aver capito tutto non riesce a far posto dentro di sé per la conoscenza, così un pubblico che arriva a Teatro convinto di sapere già “come andrebbe eseguito” quel brano o quell’Opera, non può godere appieno della profondità del messaggio del compositore e dell’esecutore. 

Un’esortazione – struggente – a recuperare una “fanciullezza” del cuore, un urlo che chiede “leggerezza” nell’accostarsi a una performance musicale, perché la leggerezza è il cuore della musica. Perché tutta la musica (ma proprio tutta) è leggera. 

—————-

Vorrei essere pubblico.

Vorrei esserlo, e sarei un pubblico vergine, straordinariamente ignorante, e mi lascerei sommergere dalla bellezza di quello che succede in palcoscenico, senza voler capire a tutti i costi, senza cercare la verità esecutiva, senza pensare di avere in tasca la formula del come si fa con cui misurare la prestazione di chi mi sta regalando quei momenti di Paradiso. Se fossi pubblico vorrei essere un pubblico meraviglioso, di quelli che si divertono, che ridono quando c’è da ridere e piangono quando c’è da piangere. Vorrei essere un pubblico di quelli che non credono di sapere, e neanche di quelli che lo sanno davvero. Vorrei potermi sedere su una poltrona in teatro con la stessa quieta sensazione di inadeguatezza che si ha quando si è ospiti in una casa straordinariamente bella, e guardare intorno pronto a divertirmi come fa un bambino che sale sulle montagne russe. Vorrei essere uno di quelli che davvero non riescono ad andare in camerino a chiedere un autografo, e se ce la fanno allora il cuore gli balza in gola dall’emozione.

Sì, vorrei essere un pubblico bambino, di quelli che parteggiano per il buono e disprezzano il cattivo, che piangono per la povera Violetta non perché ha infilato un mibemolle ma perché, santo Dio, è Violetta. Di quelli che applaudono Figaro perché, santo Dio, è Figaro. Vorrei avere l’innocenza dello spettatore che non si lascia avvelenare la vita da qualcosa che è andata storta nello spettacolo semplicemente perché non si accorge nemmeno che qualcosa sia andato storto. Vorrei essere di quelli che non stanno a guardare il dito quando questo sta indicando la luna. Vorrei essere uno dei gondolieri che cantavano Di Tanti Palpiti dopo la prima Veneziana di Tancredi mentre spingevano la loro gondola per le calli della città…canticchiare semplicemente, perché tutta la musica è leggera. Tutta la musica, tutta, anche l’Opera, è leggera quando non è ossessivamente vivisezionata, messa sotto la lente d’ingrandimento o stuprata al microscopio. Vorrei essere in grado di esclamare ma come fa? senza mai avere la curiosità di capire davvero come fa, e cacciare per sempre dalla mia vita chi prova a insegnarmi come si smonta il giocattolo.

Vorrei poter dire, come scrisse Giovan Battista Marino,

«Udir musico mostro, oh meraviglia, che s’ode sì, ma si discerne apena, come or tronca la voce, or la ripiglia, or la ferma, or la torce, or scema, or piena, or la mormora grave, or l’assottiglia, or fa di dolci groppi ampia catena, e sempre, o se la sparge o se l’accoglie, con egual melodia la lega e scioglie.

O che vezzose, o che pietose rime, lascivetto cantor, compone e detta. Pria flebilmente il suo lamento esprime, poi rompe in un sospir la canzonetta. In tante mute or languido, or sublime varia stil, pause affrena e fughe affretta, ch’imita insieme e ‘nsieme in lui s’ammira cetra flauto liuto organo e lira. Fa dela gola lusinghiera e dolce talor ben lunga articolata scala. Quinci quell’armonia che l’aura molce, ondeggiando per gradi, in alto essala; e poich’alquanto si sostiene e folce, precipitosa a piombo alfin si cala. Alzando a piena gorga indi lo scoppio, forma di trilli un contrapunto doppio. Par ch’abbia entro le fauci e in ogni fibra rapida rota o turbine veloce. Sembra la lingua, che si volge e vibra, spada di schermidor destro e feroce. Se piega e ‘ncrespa, o se sospende e libra in riposati numeri la voce, spirto il dirai del ciel che ‘n tanti modi figurato e trapunto il canto snodi. Chi crederà che forze accoglier possa animetta sì picciola cotante? e celar tra le vene e dentro l’ossa tanta dolcezza un atomo sonante? O ch’altro sia che la liev’aura mossa, una voce pennuta, un suon volante? e vestito di penne un vivo fiato, una piuma canora, un canto alato?»

Questo solo vorrei.

Ma voi, che lo potete, siatelo. Non fatevi rapire le vostre emozioni, da nessuno.

Tutta la musica è leggera.

                                                                                     Alfonso Antoniozzi

Advertisements

About gianlucafloris

"gianlucafloris" punto "me" "gianlucafloris" dot "me"
Gallery | This entry was posted in Uncategorized and tagged , , , . Bookmark the permalink.