Difendo la mia identità attraverso il mio lavoro. Ecco come.

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Succede che qui a Bologna mettiamo su una produzione di Flauto Magico. Il Teatro Comunale di Bologna ha affidato la regia ai Fanny&Alexander, un gruppo di intervento e produzione teatrale fra i più coraggiosi della scena italiana e internazionale. Nel gruppo ci sono persone di Ferrara, di Roma e di Graz.

Noi del cast, invece, abbiamo un direttore pesarese e i cantanti sono finlandesi, greci, siciliani, napoletani, tedeschi, romagnoli, trentini, veneti e lombardi. Oltre a me, che sono cagliaritano.

Mettiamo in scena un’opera (un singspiel, per la precisione) che si intitola “Die Zauberflöte” (il Flauto Magico) composta dal salisburghese Mozart e dallo scrittore bavarese Schikaneder e tutti noi cantiamo e recitiamo in lingua tedesca. Fra noi del cast spesso si parla inglese, in quanto comoda lingua media, utile fra italiani, tedeschi, finlandesi e greci, ad esempio.

L’idea registica muove dalle idee espressive del regista svedese Ingmar Bergman, tratte sia dal suo film “Fanny & Alexander”, che dal suo “Flauto Magico”, che dalla totalità della sua opera.

Risulta evidente che, nel nostro lavoro di operatori di Teatro Musicale, l’obiettivo non è quello di esaltare la “bolognesità” della produzione, e nemmeno quello di esaltare la cultura tedesca o austriaca. Il nostro obiettivo non è quello di promuovere la nostra identità culturale di provenienza o di appartenenza.

La nostra patria è questo teatro in questo momento, il nostro obiettivo e i nostri valori sono la musica da interpretare e le parole da recitare per trasmetterne il significato agli spettatori. Il nostro lavoro consiste nel trasmettere al pubblico il senso universale dell’opera che mettiamo in scena. Scavarne i significati che tutti possono comprendere a prescindere da età, sesso, religione o valori politici. Facciamo teatro musicale per tutti, per tutto il mondo, dovunque ci troviamo e in qualsiasi lingua ci esprimiamo.

La cosa magica del fare teatro, però, è proprio questo senso di unione e solidarietà che si crea fra noi artisti impegnati nella produzione di un’opera. Ci si sente profondamente complici e solidali perché immersi nella stessa musica, nello stesso impianto scenico, perché condividiamo le stesse paure e le stesse gioie.

Ecco perché io – che faccio questo mestiere da 25 anni – faccio fatica a dare importanza alla appartenenza ad una terra, ad una lingua, ad una cultura. Per me quello che conta sono solo le persone, il senso di collaborazione e di solidarietà, la capacità di trasmettere sentimenti e sensazioni, la forza d’animo o la fragilità. Insomma, ritengo che queste e solo queste siano le cose importanti nel mondo.

Perché sono stato educato dal teatro e il teatro non ha altra patria se non il luogo dove andiamo in scena. Ecco perché a me non fa paura un mondo senza confini, senza passaporti, senza dogane, senza divisioni. Ecco perché ritengo che ogni divisione, ogni nazionalismo, sia sempre e solo dannoso e negativo. Contrapporre il “noi” al “loro” è la base di tutte le storiche nefandezze umane.

Ecco perché non mi manca la mia terra quando lavoro altrove, perché il teatro è la casa di noi teatranti. Senza bandiere, senza stemmi. Il teatro è la casa di tutti. Ed è il teatro che insegna a noi artisti e musicisti a essere “a casa” da qualsiasi parte nel mondo. È per questo che purtroppo non riesco a sentire di appartenere ad un luogo, ad una cultura, ad una lingua.

Attraversiamo le lingue, le culture, le epoche e i luoghi stando nel nostro  “castello errante” che è il teatro che ci ospita. Noi prendiamo la vita di tutti i luoghi e la mettiamo in scena, usiamo tutte le lingue e tutte le usanze e ne facciamo rappresentazioni di verità.

Questa è la mia identità, la nostra identità di artisti abituati a rappresentare gli uomini nei loro tratti universali.

Ci tengo molto, quindi, alla mia identità: quella di essere umano fra gli esseri umani.

Gianluca Floris

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