Costruire nuove frontiere per difenderci

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In un mondo nel quale un malore alla borsa di Shanghai provoca licenziamenti a casa nostra, in un mondo nel quale il crac di una Lehman Brothers con sede a NY ha creato il più grande impoverimento della classe media di tutto l’occidente, in un mondo dove un pugno di ventenni hanno costruito delle startup che in breve sono diventate condizionanti le vite di uomini e donne di tutto il pianeta, in un mondo in cui una guerra a sei ore di volo da noi ci condiziona il quotidiano, in un mondo nel quale ci sono persone che lavorano a Londra dal lunedi al venerdi e che il weekend lo trascorrono a casa a Cagliari, in un mondo nel quale vediamo le immagini in tempo reale di proteste in paesi un tempo “impermeabili” ai media di tutto il mondo,

in un mondo così ci sono tante persone che pensano che la soluzione sia costruire altre frontiere e di rafforzare quelle esistenti con muri e filo spinato.

Sono persone che pensano sia ancora possibile tornare alle economie “chiuse” nazionali, sono persone che mentono a sé stesse pensando che sia possibile tornare indietro e vivere in un mondo senza i mezzi di comunicazione della rete, senza le connessioni economiche internazionali, sono persone che preferiscono non affrontare i problemi nuovi con ottiche nuove, ma pensano che sia possibile “negare i problemi” semplicemente attraverso la creazione di nuove frontiere.

Ma l’idea di costruire nuove frontiere serve. Serve innanzitutto ai politici che cavalcano queste idee per prendere il potere. Serve alle grandi multinazionali che preferiscono avere a che fare con mille staterelli ignobilmente piccoli piuttosto che con forti governi continentali.

E fare nuove frontiere serve a tutti quelli che vivono nella paura. Serve a costoro per potersi illudere ancora qualche anno che ci sia una “cura” contro il tempo che passa e contro il mondo che cambia. Serve a tutti quelli che, del presente e del futuro hanno paura.

Ma la “freccia del tempo” è orientata, e non torneremo al 1970 con nuove frontiere. Una pentola dove facciamo cuocere i pesci nell’acqua diventa una zuppa di pesce, ma dalla zuppa di pesce non puoi tornare ai pesci di prima; il mondo non cesserà di essere interconnesso solo perché chiediamo il passaporto per entrare nel nostro miserabile nuovo staterello; non è più possibile bloccare internet e ridimensionarlo nelle nostre vite, non ci riescono nemmeno gli stati più totalitari al mondo; lo strapotere della grande distribuzione che devasta le nostre economie non potrà essere fermato dal nostro nuovo miserabilmente fiero staterello, ma potrà essere mitigato solo da governi sovranazionali continentali o mondiali.

Eppure pensare di costruire nuove frontiere serve. Serve a illuderci di poterci difendere dalla realtà. Ma serve solo a quello.

La colonna sonora di questo post è troppo scontata, perché è quella di una persona che pensa che ogni frontiera sia una violenza.

Gianluca Floris

P.S. Il trattato di Shengen è esattamente quello che i terroristi hanno voluto fermare. Perché la costruzione di una Europa senza frontiere sarebbe stata il primo mattone di un mondo più giusto. E che, nonostante tutto, verrà. Inevitabilmente.

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