Qualunquismo o idealismo?

Analizzando il più freddamente possibile la realtà della situazione politica italiana in questo post, è emerso nelle discussioni sempre stimolanti sul mio wall di Facebook che il mio pragmatismo sarebbe al limite con il qualunquismo.

Quindi sforzarsi di leggere la realtà nella maniera più fredda possibile vorrebbe dire avventurarsi sulla pericolosa china dell'”uomo qualunque”.

Non solo non lo credo, ma credo che qualsiasi sforzo per costruire un “mondo nuovo” debba passare innanzitutto da una fredda analisi delle dinamiche economiche, sociali e politiche del nostro presente. Solo così si potranno – a mio parere – mettere in atto strumenti efficaci per cambiamenti virtuosi.

Io sono un idealista, addirittura un utopista. Io ritengo che sia giusto che la società offra pari opportunità e offra maggiori strumenti a chi per nascita ne ha di meno. Sono per una scuola pubblica che debba essere più attrezzata nelle periferie, sono per uno studio umanistico diffuso tra le classi sociali svantaggiate e sono per lo studio dell’arte e della musica soprattutto nelle scuole più periferiche e “di frontiera”.

Non solo ho queste convinzioni, ma sono anche convinto che solo cittadini istruiti e consapevoli lettori della complessità possano dotarsi finalmente di un governo giusto e che abbia a cuore le istanze di tutti. Ed in questo senso mi adopero tutti i giorni svolgendo i compiti che mi vengono affidati, sempre in quella direzione.

Perché sono un idealista. Perché sono un utopista.

Solo che credo che una società civile oggi debba marciare verso questa direzione con continue riforme nella giusta direzione, o nella direzione che io ritengo giusta in base alla mia personale idealità.

Mi sento distante dalle ideologie dei secoli scorsi che prevedevano la conquista violenta del potere da parte degli sfruttati, perché abbiamo tutti visto (quelli che hanno studiato la storia) come sono finite quelle esperienze: nuove ingiustizie hanno sostituito le vecchie ingiustizie. Perché la mia idealità immagina una società che si trasforma mantenendo i rapporti civili e di dialogo con tutte le parti. Con riforme a volte piccole, a volte incomplete, ma tutte nella direzione della mia idealità.

Perché sono un idealista. Perché sono un utopista.

Concludo con la notazione che spesso veniamo etichettati in base alla posizione che prendiamo su temi attuali. Per esempio sono stato accusato di essere “fascio” (“Ma fascio fascio”) perché avevo detto che la cosa più urgente in Italia fosse che ognuno si occupasse di lavorare nel proprio settore con impegno, competenza e correttezza. Oppure se ribatto a un contestatore del governo che la sua analisi parte da fatti non veri, divento “renziano”. E così via.

Non mi cruccio di questo, perché capisco che gli uomini – ancor più nel mondo social di oggi – abbiano la necessità di semplificare la complessità etichettando il pensiero delle persone in categorie precise. È davvero così e ne sono conscio.

L’importante per me è avere sempre il coraggio di esprimere le mie analisi senza sentirmi di appartenere a un gruppo o a un’etichetta. Quando critico la situazione dei conservatori italiani (sono il Presidente di un Conservatorio) sono anti renziano, quando dico che il governo dei territori deve rispondere alle istanze dei cittadini di quel territorio sono “indipendentista”, quando difendo un passo secondo me virtuoso del governo, sono “renziano”, quando dico che il cambiamento deve ripartire dall’impegno di ognuno di noi ciascuno nel proprio lavoro, sono “fascio”, e così via.

Ma io – che sono un idealista – devo continuare a non curarmi delle etichette che mi vengono appiccicate addosso. Perché io, in cuor mio, so di non piegare mai le mie opinioni ad un gruppo o schieramento. Mi basta questo. Perché credo nei massimi valori della libertà e della giustizia.

Perché sono un idealista. Perché sono un utopista.

 

Gianluca Floris

 

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