I canti del Venerdì Santo a Cagliari. Il loro senso.

Giotto_di_Bondone_compianto_padova

Nella mia città, Cagliari, molte sono le processioni che animano le vie e i quartieri durante la Settimana Santa. Sono riti importati dalla Spagna durante i secoli della loro dominazione, che accomunano molti territori della Sardegna e di tutto il sud Italia.

Si tratta di riti che “drammatizzano” i giorni della Passione di Cristo, nati per meglio spiegarne il significato al popolo che, un tempo, era analfabeta nella stragrande maggioranza.

Funzione analoga a quella che  un tempo avevano gli affreschi nelle chiese che illustravano le vite di Cristo e dei santi con disegni, dipinti e affreschi. (immagine: Giotto di Bondone. “Compianto del Cristo Morto” nella Cappella degli Scrovegni a Padova). Ma la drammatizzazione del rito, che gioca sul confine del teatrale, aiuta ad entrare nell’atmosfera di lutto, richiesta dall’avvenimento della morte di Gesù. E così si vede nel dolore della madonna il dolore di tutte le mamme alle quali è stato ucciso un figlio, nel corpo piagato e sanguinante  di Gesù il segno di tutte le violenze che sono compiute ogni giorno.

Insomma, i giorni della Settimana Santa sono giorni di ragionamento per credenti e no, per riflessioni in analogia sul senso delle nostre vite.

A me piace molto andare al di là del senso primo delle cose. In un certo qual modo ne ho fatto il mio mestiere, di questo trovare gli altri livelli di lettura, gli altri significati.

E con questa mia deformazione seguo ogni anno i riti delle due confraternite del quartiere di Villanova. E ci sono i cantori.

I cantori cantano su testi che un tempo erano in latino ed ora sono in italiano. Cantano su testi tramandati oralmente e che quindi, come una parola trasferita da bocca in orecchio, si deformano spesso in senso e significato.

E anche il canto stesso è lontanissimo da quello ben impostato e potente dell’arte polifonica corale. Sgraziato, urlato, disperato. Più che un canto, un grido corale.

Anche la prosodìa (la maniera con la quale la parola si declina con il canto) presenta degli elementi di incongruità a volte comica, con parole troncate dal fiato, ritornelli e cori che iniziano a metà di una frase… Il tutto derivante dalla tradizione di tramandarsi l’attività di maestro ad allievo, solo oralmente.

Eppure il mio scavare nei significati nascosti, mi ha fatto comprendere cosa c’è di enorme valore nei canti delle processioni del Venerdì, e penso di averne colto un aspetto importante. Almeno per me.

Quello che c’è in questi canti di immortale, di ancestrale, di autentico è la sincerità. La disperazione con la quale ognuno cerca di urlare come può, il più forte che può, assieme a tutti gli altri.

Come posso, quanto posso, assieme agli altri. Ecco il senso.

Gianluca Floris

 

 

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