La nostra Costituzione e i compromessi

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A differenza di quanto accaduto alla Germania e al Giappone, l’Italia non accettò che fossero gli alleati vincitori della seconda guerra mondiale a imporre una Carta Costituzionale già precompilata. Si elesse una Assemblea Costituente che lavorò sui titoli e sugli articoli. Ci furono scontri anche aspri (si chiama dialettica politica democratica). Il Partito Comunista di allora (per esempio) non voleva la Corte Costituzionale perché pensava che la valutazione della costituzionalità di ogni legge dovesse svolgersi in parlamento. Il PCI non avrebbe nemmeno voluto inserire i Patti Lateranensi in Costituzione (ne furono “costituzionalizzati” i princìpi di quel Concordato, per la precisione.)
Invece la mediazione portò alla sconfitta di queste (e di altre) richieste di parti politiche che avrebbero voluto “tirare la giacchetta” della Costituzione in una o nell’altra direzione.
Ci fu una “mediazione” (oggi si chiamerebbe purtroppo “inciucio”) che portò alla stesura della Carta che conosciamo, e che Calamandrei definì “Costituzione, la grande incompiuta”.
La mediazione ci fu su molti punti, ma non sui princìpi fondamentali, perché era comune la volontà di dotare il Paese di una Carta Costituzionale che gli potesse permettere di affrontare il futuro in maniera civile. Voglio dire che ogni forza politica di allora anteponeva gli interessi collettivi a quelli del blocco sociale di riferimento. Non ci fu nessun “NO” aprioristico e su ogni punto c’era la disponibilità al dialogo e a trovare una “mediazione”. La mediazione che è il sale della democrazia, in buona sostanza.
Nessuna delle pur eterogenee forze politiche di allora pensò che la Carta Costituzionale fosse immutabile, e infatti, con gli artt 138 e segg ne furono previste le modalità di modifica.
Non è mai stata pensata, la nostra Costituzione, come «fonte “Coranica” di diritto» (L.Berlinguer), ma come strumento per fissare le regole del vivere civile. La possibilità di modifica non fu ristretta al solo caso della unanimità di tutte le parti nel Parlamento, ma fu prevista anche nel caso di una maggioranza in parlamento e nel Paese favorevole alle modifiche.
Il referendum che andiamo a votare è obbligatorio in quanto la Costituzione stessa obbliga a questo istituto nel caso che (è quello che è successo) nelle camere non si raggiunga una maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione favorevole alle modifiche.
Andiamo a votare questo Referendum perché la Costituzione stessa lo prevede, perché queste sono le regole della nostra Costituzione.
Nella riforma non si toccano i princìpi fondamentali e le garanzie democratiche previste nella Costituzione: non si intaccano le attribuzioni della Corte Costituzionale, del Presidente della Repubblica, della rappresentatività parlamentare, della Magistratura e delle attribuzioni dei poteri del Governo, che rimangono tutte invariate.
La mediazione è il sale della democrazia, nell’interesse comune del Paese.
Per chi ancora è convinto, come me, che dobbiamo sempre occuparci di come vivere assieme, perché è comune il nostro destino.

Gianluca Floris

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