La Cina e il referendum costituzionale

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Frequento la Cina da anni. Dapprima per il mio lavoro di artista, poi per le mie consulenze artistiche. Adesso ho voluto portare i miei contatti a vantaggio dell’Istituzione che presiedo: il Conservatorio di Cagliari.
Ci vado spesso, in Cina. La visito in ogni sua provincia: dallo Yunnan al Dongbei, dallo Sichuan alla Mongolia Interna, da Shanghai a Pechino, da Chengdu a Harbin. Tre volte negli ultimi 12 mesi, per dire.
Oramai mi sono fatto un’idea abbastanza attendibile di quello che succede alla Cina di questi tempi. È un paese che, per molti versi, sembra la nostra Italia degli anni ’60 del boom economico: grande crescita delle città e delle attività produttive, fenomeno di inurbamento dalle campagne perché nelle città si creano le opportunità migliori di sviluppo della vita.
Si sta formando una classe media (di fatto cancellata nei ’70 anni precedenti) e con quella cresce la richiesta di istruzione di livello.
È soprattutto l’istruzione in Cina il settore che sto frequentando con particolare assiduità in questi ultimi anni. Visito campus universitari, incontro rettori e professori, discuto di programmi possibilità di partnership, pianifico scambi e collaborazioni.
Tralascio qui di discutere o di confutare l’idea comune che gli italiani hanno della Cina, perché chiaramente la realtà è estremamente differente da quella che leggiamo sui social.
Voglio invece parlare della enorme vitalità del settore imprenditoriale cinese, e di come si stia esprimendo nei grandi investimenti per nuove Università, nuovi centri di ricerca e nuove realtà accademiche di livello internazionale post-universitario.
Ogni nuova istituzione privata o pubblica della quale si pianifica la fondazione viene supportata dallo Stato con arterie stradali, fermate della metro, edilizia abitativa e quant’altro.
Un paese che cresce, che si preoccupa di dotarsi di un’istruzione di alto livello, ché è quella che occorre a un paese in sviluppo.
Un paese in profondo cambiamento e trasformazione, la cui complessità sorprende. Le città cinesi oggi hanno lo stesso aspetto delle metropoli coreane e giapponesi. Le popolazioni vivono allo stesso modo che negli altri paesi industrializzati, con sistemi di trasporto efficienti, reti internet ad alta velocità e con milioni di veicol ielettrici (tutti i motocicli a due e tre ruote sono elettrici ovunque).
Una società che cambia, che richiede costantemente l’appoggio dell’Italia per il settore della formazione artistica e musicale.
Per i cinesi l’Italia è fondamentale nel settore dell’educazione all’arte (con le Accademie di Belle Arti), nel settore del Design (con i dipartimenti universitari delle facoltà italiane) e nel settore della musica (con i Conservatori di Musica).
È per questo che ci chiedono continue collaborazioni, è per questo che si diffonde lo studio della lingua italiana in tutte le provincie, finanche le più lontane.

Ma c’è una meraviglia, da parte dei cinesi, quando si informano sull’Italia. Si meravigliano di quanto il nostro sia un paese fermo, che è rimasto uguale a trent’anni fa, nella sostanza; si meravigliano di come i settori più trascurati da noi siano proprio quelli della formazione artistica e musicale.
Più volte ho avuto l’occasione di lavorare a dei progetti che richiedevano l’apertura di società in territorio occidentale. Ebbene, la possibilità di aprire una di queste società in territorio italiano è sempre sfumata. Una a Londra, una in Germania e una in Svizzera. La motivazione ha stupito me e stupirà voi.
Non è per le tasse da pagare, ma perché in Italia non sai mai quanto devi pagare ogni anno. Ogni governo modifica gli importi e le regole della tassazione, anche retroattivamente, e non puoi pianificare l’attività nemmeno di triennio in triennio“.
Programmare per un triennio è il minimo, per chi voglia investire. Poi c’è stata la sorpresa finale.
Non possiamo fare una società in Italia perché la giustizia civile ha tempi impossibili. Se scoppia una lite fra i soci o con un fornitore, prima di capire chi avrà ragione nella lite legale bisogna aspettare almeno sei/sette anni. Un tempo che non ha senso per noi.
E così le società delle quali io ho avuto contezza si sono localizzate altrove, non in Italia.
E sono società che, se l’Italia fosse diversa da quello che è, avrebbero messo le sedi da noi, avrebbero pagato le tasse da noi, avrebbero assunto personale, da noi.
E invece no. Nessuno investe da noi.
Perché siamo un paese fermo, immobile e irriformabile.
Il referendum di riforma costituzionale – al netto del merito specifico – potrebbe anche dare questo segnale alla comunità mondiale: che l’Italia è un paese in movimento, in grado di modificarsi per governare le sfide del presente e soprattutto del futuro.
Oppure, con il NO, può continuare a dare lo stesso segnale di sempre: quello che siamo un paese fermo, i cui giovani emigrano, quelli che possono, tutto teso a tenere in vita aziende cotte e decotte pur di mantenere lo status quo, anziché agevolare sviluppo e innovazione.
Questo sarà il segnale che possiamo dare, votando Sì al Referendum.

Gianluca Floris

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