Viaggiare in aereo verso est – 1

GenghisKhanNtlPalaceMuseumTaipei

Viaggiare verso Cambaluc (Pechino) o Edo (Tokyo). Viaggi che un tempo duravano mesi e anni, e che oggi durano mezza giornata al massimo. Ieri viaggiando con le carovane dei mercanti, oggi dentro la pancia degli aerei pressurizzati e condizionati. Viaggi durante i quali un tempo si imparavano lingue e usanze. Viaggi durante i quali oggi, al massimo, abbiamo a malapena il tempo di vedere qualche film o leggere un libro. 

Il brano che segue fa parte di un progetto molto ampio al quale sto lavorando (senza sapere che fine farà). Nella prima parte del lavoro racconto del viaggio in aereo. Sorvolo le terre che separano Roma dal lontano Oriente e, sopra ognuna di quelle, mi vengono in mente storie e racconti che la riguardano. 

Mi aiuta il monitor che ho davanti agli occhi che segna costantemente la posizione dell’aeromobile sul planisfero. 

Questo un piccolo pezzo del racconto: il momento del sorvolo della Mongolia.

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Ci siamo. Dai finestrini di destra si potrebbe ora scorgere l’enorme distesa della Mongolia, se non fosse notte su questo spicchio di mondo. Ulan Bator, un tempo Urga, la sua capitale, fa capolino sullo schermo della mappa di navigazione in basso a destra. La Mongolia è oggi lo Stato più grande al mondo senza nessuno sbocco al mare. I suoi confini la racchiudono esattamente in mezzo al grande mare di terra del quale solchiamo i cieli. Il deserto del Gobi, collegato al terribile Taklamakan, vera iattura per le carovane cariche di seta e di spezie che percorrevano la via della Seta, occupa gran parte del suo territorio. Attraversarlo voleva dire un tempo scarsità di risorse, pericoli di predoni, malattie e morte in agguato. Si doveva aggirare il perfido deserto usando le piste a nord o a sud, passando per le città divenute floride di dazi e mercati, ma attraversando lande desolate e prive di vita. Tanti regni e tante storie, fra queste piste.

Immagino notti passate attorno ai fuochi, dove si incontravano diverse storie, mica tutte vere, ma certo tutte affascinanti e magiche. Immagino un popolo, quello mongolo appunto, che ha sempre vissuto girovagando, come fanno ancora oggi gli artisti del circo. Che ha il concetto di “bella casa” espresso come una tenda con dei bei tappeti al suolo. Un popolo al quale è stato dato uno Stato con dei confini, ma che in realtà di confini non ne ha mai avuto. Un popolo che ha dominato su sei fusi orari terrestri per secoli e secoli e che ha insediato i suoi Kahn sino sul trono del Celeste Impero dei diecimila anni: la Cina.

Penso a Temujin, fondatore dell’immenso impero mongolo che andava dai confini con la Repubblica di Venezia, sino al Mar del Giappone. Forse il più grande impero di sempre nella storia dell’homo sapiens sul pianeta terra. Penso al suo governo (narrato anche a Rustichello da Pisa da Marco Polo) che per unificare e sviluppare l’economia impose l’uso della moneta e vietò il baratto, pena la morte. Penso al terrore che Temujin provocò negli stermini e negli eccidi che provocò durante le sue conquiste ai popoli restii ad assoggettarsi al suo dominio.

Non solo il suo esercito era in grado di manovrare con una precisione, velocità e capacità ignote ai tempi, ma era capace come nessun altro di distribuire terrore a piene mani. Le popolazioni che non si arrendevano venivano trucidate, donne e bambini compresi. Ma spesso avevano uguale sorte anche le popolazioni che a lui si arrendevano.

Nell’attuale Turkmenistan, allora parte del regno di Corasmia, gli emissari di Temujin, inviati per trattare la resa della città di Merv, furono trucidati dai locali e rimandati cadaveri tra le file mongole. Merv era sempre stata una città fiera, famosa per essere considerate deliziosamente piacevole dai viaggiaori del tempo che fu, ed erano tutti decisi a resistere con forza alle truppe di invasione. Ma quel gesto fu pagato a caro prezzo. Per rappresaglia, infatti, i comandanti di Temujin, tra cui suo figlio Tolui, ricevettero l’ordine di recarsi a Merv e di sterminare tutti i suoi abitanti, inclusi donne, bambini e vecchi. Tutti. L’ordine prevedeva di salvare solo gli artigiani necessari alla manutenzione dei carri dell’esercito e delle cavalcature. Gli storici che decenni dopo scrissero di questo eccidio, raccontano che ad ogni soldato mongolo erano stati assegnati dai duecento ai quattrocento abitanti di Merv da massacrare e che, alla fine di quell’eccidio terribile, i cadaveri formassero cumuli che cambiarono forma alle colline della città.

Il terribile Temujin veniva proprio da qui sotto: dalla Mongolia che si estende alla nostra destra. Lo chiamarono “L’imperatore Oceanico”, che in quella lingua si dice “Gengjs Kahn”, e il suo impero propriamente detto, alla sua massima estensione, andava datrenta chilometri a est di Vienna fino al Mar del Giappone.

Parecchi anni dopo, da un’altra tribù mongola a sud di Samarcanda, nacque Timur, predestinato a quasi eguagliare la grandezza di Temujin. Sin da piccolo Timur dimostrava grandi doti di coraggio e di abilità nella spada, nella caccia e nel cavalcare. Ci fu una brutta caduta da cavallo, quando era nel pieno della sua crescita splendente. La sua gamba subì un danno irrimediabile e questo lo rese zoppo a vita. Da allora tutti lo chiamarono Timur i Lang o Timur Lanek, che vuol dire “Timur lo zoppo” nelle lingue di queste terre.

Timur si impose come il più grande condottiero fra tutte le litigiose tribù dell’asia centrale e sposò una discendente di Gengjs Kahn. Il suo impero fu grande, anche se poco stabile. Divenne anche lui famoso per le devastazioni, i massacri e le ordalìe, ma nulla potè contro la Cina del Kublai Kahn, altro discendente del terribile Temujin, che lo contenne fieramente. Eresse come capitale Samarcanda. Timur iLang da noi è conosciuto anche come Tamerlano.

La Mongolia, insomma, ha scritto col sangue una gran parte della Storia, anche se oggi tendiamo a dimenticarcene. Anche se spesso siamo convinti che la Storia sia stata solo quella scritta in occidente.

Gianluca Floris

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